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Zero Portrait: dentro le trame dell’urbe. L’intervista su MIE.

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la redazione di MIE

Torna il fascino di identità nascoste, nomi che celano facce e voci che smascherano quanto c’è di vero dietro la luce puntata sulle apparenze.

Lui è Zero Portrait, producer di suoni, contaminato e contaminatore di esperienze altre… e poi un disco, questo, il suo primo lavoro personale dove indaga sulla verità oltre le apparenze.

“Pulp” come polpa come sostanza, è un primo lavoro di strumentali inediti dove la visione è l’uomo dentro i confini della periferia, dentro la verità che non passa per i centri commerciali. Con la fet. di Agronomist, il disco ha un solo brano cantato – “Fauna” – che inevitabilmente è manifesto di tutto.

Fauna, il videoclip ufficiale.

 

 

L’intervista a Zero Portrait.

Un esordio in cui la parola non ha tanto spazio. Perché?

Volevo trascinare l’ascoltatore in una dimensione emotiva con suoni, come se fosse una colonna sonora di un’opera teatrale in 5 atti. Non credo che il pubblico debba avere da un producer delle rassicurazioni, o almeno chi ascolta me non credo le cerchi. È difficile perché la musica è diventata parte di un mercato internazionale con criteri di obsolescenza che rendono sempre più difficile portare avanti un discorso più complesso, specialmente per la musica elettronica e per chi fa musica strumentale, la scena si è fermata per tanti anni in Italia e gli ascoltatori curiosi del genere sono, secondo me, ancora pochi.

E allora ti chiedo: perché un brano cantato come “Fauna”? Era quello il momento in cui soltanto i suoni non bastavano più?

Credo che un disco o, come nel mio caso, un extended play, debba avere una sua idea di fondo e con Fauna abbiamo espresso l’idea del progetto. Agronomist è un cantante e musicista capace di cogliere i significati ed i simboli dietro alla musica, quindi ha colto ed ha reso parola la mia idea, inoltre ha modulato perfettamente la sua voce da farla divenire strumento musicale, per cui seppur ci sia strofa, bridge e ritornello anche Fauna è un brano strumentale a tutti gli effetti.

Parliamo di ispirazioni: a cosa e a chi dobbiamo la tua scrittura?

Con il tempo sono cambiate e cambieranno sicuramente. Per “Pulp” quello che mi ha ispirato sono, musicalmente parlando, il movimento giamaicano e caraibico nel Regno Unito, per cui il dub, il trip hop la jungle. Anche la nuova scena Uk Jazz ad esempio Kamaal Williams, e tutto quello che racconta di scontri tra idee e culture.

Poi mi hanno ispirato molto le mie letture, direi primo fra tutti Albert Camus, Julio Cortazàr e F. Celine che raccontano quei mondi d’incontro tra metropoli e vita quotidiana. Inoltre Herbert Marcuse e i due saggi di Pasolini “Lettere Luterane” e “Scritti Corsari” letture centrali per capire la nostra società attuale e le sue modifiche seppure siano stati scritti quasi 50 anni fa.

Un esordio che esce anche in vinile. Scelta di mercato, di moda, di gusto estetico… o cosa?

A me piace collezionare dischi in vinile, purtroppo costano molto e a volte i re-mastering non valgono la cifra richiesta, per cui voglio poter creare un oggetto fisico che accompagni la ritualità del fermarsi prendere un supporto inserirlo nel lettore e fermarsi ed ascoltare. Tutto qui, se seguissi scelte di mercato non dovrei fare nulla di tutto ciò, per stare nel mercato dovrei produrre e far uscire un brano di 2 minuti da lanciare su spotify ogni mese, ma non è la mia attuale scelta.

E per chiudere: quanto di questo suono e di questa produzione è figlia dell’improvvisazione in studio?

Il mio processo creativo è su due tempi, inizialmente parto da un vissuto del tutto personale che inconsciamente si declina in una creazione istintuale e poco pensata ed i tempi sono molto veloci. Poi arriva la fase di strutturazione per dare una definizione ed i tempi diventano estenuanti e lunghi.

Molto spesso l’dea cambia nel corso, cerco di evitarlo perché vorrei dare maggiore autenticità al prodotto, ma come tutte le cose crescendo bisogna cambiare i propri parametri. Per creare un brano ho bisogno di tante stesure e tempi che prevedono anche tanti mesi, come nel caso di Moroccan Sun, l’idea originale è stata immediata, ma c’è voluto un lavoro di quasi un anno per renderla quella che è adesso.

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