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Orlando Manfredi aka Duemanosinistra "from Orlando to Santiago" alla ricerca di noi stessi

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Un viaggio per riprendere i contatti con la propria anima e con una natura incontaminata, un cammino di relazione immediata col tempo e con lo spazio, nessun compagno di avventura se non carta e penna, una chitarrina e qualche altro strumento. E’ questa in sintesi l’idea base di Orlando Manfredi aka Duemanosinistra, cantautore, attore e drammaturgo torinese, che ha racchiuso tutte le emozioni e le sensazioni di questo viaggio nell’album “from Orlando to Santiago”.
Le tredici tracce che compongono il disco riproducono fedelmente questo percorso.Molti suoni sono addirittura registrati dal vero; il frusciare del vento sulle foglie, il canto dei grilli, qualche onda che qua e là sbatte su delle rocce, assieme alla voce e alle parole dei testi, aiutano l’artista a raggiungere il suo obiettivo, ovvero quello di far immergere l’ascoltatore in questo viaggio conducendolo così ad una sorta di introspezione. La prima traccia “Attaccavano un’acciuga” ricorda nei suoni uno di quegli antichi canti propiziatori, che in alcune zone del nostro meridione i contadini intonano ancora per auspicare un buon raccolto. Dalla seconda traccia “Telefono casa” inizia quell’insieme di ricordi nostalgici e quella voglia matta di un’altra possibilità, di una rinascita, di una “Nuova grammatica” (questo il titolo di un’altra canzone dell’album che parla proprio di questo). “Se telefonando io parlassi con me stesso rivorrei gli occhi che ho venduto a poco…”, quegli occhi più puri e meno imbarbariti dalla nostra società, aggiungo io. In “Le cose prime” e “Radice” fa capolino la presenza di una “Lei” che si percepisce forse essere persa, ma l’artista ne sente ancora forte il fascino tanto che nel secondo brano citato afferma di riuscire a difendersi persino dal mare aperto, ma da questa “Lei” proprio non ci riesce. In “Fulgida stella” e in “Avenida” si respira un’atmosfera più onirica, Orlando Manfredi si ferma a guardare gli unici due punti fermi del suo viaggio: il cielo sopra la sua testa e la terra sotto le sue scarpe. E quasi ricalcando “Il Canto notturno di un pastore errante dell’Asia” di Leopardi, l’artista torinese guarda il cielo e si chiede se la cenere abbia un’anima per ricercare ancora una volta il senso, forse, il valore primo della nostra esistenza, poi guarda l’avenida, il viale che ha davanti ai suoi occhi, percepisce quanto cammino c’è ancora da compiere e ricomincia a camminare. Ma prima dell’approdo sicuro a Santiago col pezzo finale “Io e l’ombra” dal tono rilassato e rilassante pur sempre pieno di domande, c’è spazio per due pezzi più istintuali, lo sfogo rock del pezzo in inglese “Will machine” e gli attimi di scoramento e di stanchezza presenti in “Falso movimento”.
In definitiva, “from Orlando to Santiago” è un disco molto coerente; tutti i pezzi, anche quelli non citati, sposano meravigliosamente questo percorso più volte citato, che dona una forte emozione nel farsi percorrere.Quindi se a tutti noi è capitato spesso di aver voglia di staccare un po’ e fare nuove esperienze, proprio per questo motivo vi consiglio vivamente di fare attenzione a “from Orlando to Santiago”, un’esperienza nuova ed interessante da dedicare a noi stessi.


Alessio Boccali

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