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Il rock e la poesia dei temerari sulle macchine volanti dei Diskanto. L’intervista su MIE.

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Salvatore Imperio
di Salvatore Imperio

L’ultimo album dei Diskanto è un una mano tesa verso chi ama la musica e la sua essenza.
“Temerari sulle macchine volanti”, oltre ad avere preziose collaborazioni e un vero proprio scrigno pieno di risposte in cui la band racconta la realtà e scava nell’animo umano evidenziando le fragilità, le intime sfide a difesa della propria dignità portandoci fino alla poetica conclusione di “Povero tempo nostro”, degno omaggio musicale a Gian Maria Testa.

 

Povero tempo nostro, il videoclip ufficiale

 

“Io non credo nella salvezza. Credo negli uomini e nella bellezza”. Una della frasi che mi è rimasta nel cuore. Benvenuti ai Diskanto. Un’idea spiazzante vedendo la realtà dei fatti. Quanto vi rappresenta questa frase?

Si tratta di una delle frasi più rappresentative dell’intero album, per cui la sentiamo molto nostra e si chiude affermando “…credo negli uomini e nella bellezza, nel potere della tenerezza”.

Il concetto che vogliamo esprimere è che nessuno si può salvare da solo (“non credo nella MIA salvezza”). Per uscire dal tunnel dobbiamo abbandonare l’individualismo e la barbara competitività che ha segnato gli ultimi 25 anni, ripensandoci come comunità (“credo negli uomini”), anteponendo l’interesse generale a quello privato e personale, credendo nella cooperazione più che nella concorrenza, nei beni comuni, nella poesia, nell’arte (“nella bellezza” in genere) e nel rispetto dell’altrui diversità (“nel potere della tenerezza”). La tenerezza è sentimento rivoluzionario nel 2020.

Si declina riconoscendo dapprima la propria vulnerabilità, per disporsi ad accogliere le altrui fragilità.

 

“Temerari sulle macchine volanti” è il titolo del vostro album. Un album che già dal titolo lascia pensare ad un gruppo di persone che continua a sognare. Chi sono per voi i temerari?

Erano temerari quegli aviatori che all’inizio del ‘900 sfidavano la sorte, lanciandosi in traversate della Manica o del Mediterraneo sopra macchine poco più che Leonardesche, raccontati dal film omonimo del 1965 con Sordi e Stuart Whitman. 

Erano temerari anche gli educatori raccontati dallo psicoterapeuta Luigi Cancrini nel suo libro omonimo, che per primi – a metà degli anni ’80 – hanno affrontato il recupero di una generazione di ragazzi distrutti dall’eroina, provando ad accoglierne il disagio e comprendere le cause di questa furia autodistruttiva. 

Oggi è temerario chi prova con strumenti nonviolenti a difendere i diritti dei più fragili, come Mina Welby o Liliana Segre, e a immaginare il cambiamento, come le ragazze e i ragazzi del Fridays For Future. Ma siamo in fondo temerari anche noi, che, coi capelli brizzolati, dopo 35 anni, ci lanciamo in un’ennesima avventura discografica con l’identico entusiasmo dei vent’anni. La copertina del CD è un’immagine autoironica di questa passione.

 

“Temerari sulle macchine volanti su Spotify

 

Nove canzoni che scorrono veloce tra rock e testi diretti e poetici. Come sono nate le canzoni di questo album?

Sono nate dall’urgenza di fotografare un momento magico di questa band che, dopo tanti anni, ha saputo ancora una volta cambiare pelle e trovare nuovi sentieri da esplorare, senza perdere la propria identità. 

Nell’estate 2016 infatti è entrato nella formazione Fausto, portando un drumming più potente e fantasioso, oltre ad un importante contributo di creatività e competenze tecniche. Il suo arrivo ha in breve mutato gli equilibri interni tra gli strumenti, liberando potenzialità inespresse e consentendo di ampliare la gamma delle sonorità disponibili. 

Ne è uscito questo filotto di canzoni, che abbiamo voluto registrare in presa diretta, con pochissime sovraincisioni. Il nostro miglior album di sempre: asciutto, essenziale, tagliente e molto più rock del precedente. 

Un disco di rabbia e speranza, in cui le canzoni intrecciano l’inclinazione mai doma dei Diskanto ad osservare le storture del mondo, con la voglia di raccontare le emozioni che ci sembrano prevalere in questo momento nelle relazioni tra le persone: paura, indifferenza, narcisismo, precarietà, idolatria, autoritarismo, ma anche – e soprattutto nei giovani – voglia di combattere, amare e restare umani.

 

Tanti anni di rock, palchi, canzoni hanno sicuramente forgiato le nove tracce di questo album. Una di queste è soprattutto “Il lanciatore di coltelli” e la sua solitudine. È canzone rivolta un po’ a tutti noi, alle nostre fragilità e alle nostre solitudini. C’è un episodio in particolare che ha ispirato questa canzone?

“Il Lanciatore di coltelli” è la metafora di una persona che non riesce ad abbandonarsi a relazioni profonde, preferendo restare in superficie, per paura di mettere a nudo le proprie fragilità. 

Sfiora il proprio interlocutore, mostrando le proprie abilità e caratteristiche migliori, ma senza andare mai a fondo nel carattere e nelle vicende dell’altrui vita, né della propria. Ha successo in società, piace e si piace. Ha mille relazioni, ma nessuna davvero significativa. L’emblema di un’umanità narcisista e fragile. 

Non è una canzone ispirata da un episodio particolare, ma dall’incontro sempre più frequente con questo genere di abili equilibristi, che camminano senza rete sul filo di una vita un po’ sciapa e incolore.

 

Non possiamo non parlare degli ospiti di questo album, da Melissa Fontana, a Roberto Cipelli, passando per Omar Pedrini sino a Franco D’Aniello. Collaborazioni che certamente hanno enfatizzato con ulteriore bellezza le vostre canzoni. Come siete arrivati a queste collaborazioni?

Si tratta prima di tutto di amici, con cui conserviamo un bel rapporto di fraterna e reciproca stima da molti anni. Nei nostri dischi abbiamo sempre chiesto a qualche illustre amico di nobilitare le nostre canzoni con la sua presenza. Piero Pelù, Mauro Sabbione, Rodney Prada, Giovanni Guerretti, Cesare Mac Petricich e lo stesso Omar, hanno infatti in passato cantato e suonato negli album dei Diskanto.

In Temerari, Melissa (vocalist dei Duramadre) ha cantato lo special del “Lanciatore di Coltelli”, Omar ha duettato con Turo in “Ci credi ancora?”, Franchino – flauto e Thin Whistle dei Modena City Ramblers – ci ha fatto immaginare il povero Zep che vola su di noi, osservando dall’altro le nostre misere guerre, Cip ci ha omaggiato del suo straordinario tocco pianistico jazz.

 

Restando sulle collaborazioni, quanto può essere importante per i musicisti e gli artisti in genere cooperare tra loro per rafforzare la bellezza di una canzone o di un’opera?

Per noi la musica è da sempre un’esperienza collettiva e sinergica, in cui possono confluire idee e approcci sonori anche assai distanti tra loro, purché accomunati dalla medesima visione della vita e dall’amore per la storia che si sta raccontando.

Voci e strumenti provenienti da vissuti musicali differenti, spesso innescano scintille esplosive e magie inaspettate. 

 

L’album si chiude con “Povero tempo nostro” di Gian Maria Testa. Da ascoltatore ho notato un gran rispetto per la canzone e per tutto quello che rappresenta un poeta della musica come Testa. C’è qualcosa che vi lega a questa canzone e a Gian Maria Testa?

“Povero tempo nostro” è un brano struggente e bellissimo, uscito postumo nel 2019. Una preghiera laica contro l’uso improprio della parola, così diffuso in questa fase storica oscura e paludosa. Ce ne siamo subito innamorati e abbiamo provato a rileggerla a modo nostro, in chiave rock, cercando però di averne il massimo rispetto, salvaguardandone soprattutto l’intensità. 

Ci interessava incidere un omaggio ad un profondo indagatore dell’animo umano e strenuo difensore degli ultimi, come Gianmaria Testa. A quel punto è diventato naturale chiedere a Roberto Cipelli di provare a iniettare in quella canzone, un po’ del Gianmaria che lui ha conosciuto e accompagnato per anni. 

L’ultima e preziosa ospitata del disco è dunque quella, assai particolare, di uno dei migliori pianisti jazz italiani (Paolo Fresu, Ornella Vanoni, Sheila Jordan, Tiziana Ghiglioni, Gianmaria Testa e molti altri…).

 

Il videoclip della canzone ha molta poesia in sé. I suoi disegni sono stati curati da Filippo Bernardoni. Come è nata la collaborazione e l’idea di creare questo tipo di video?

Eravamo in pieno lockdown. Desideravamo molto far conoscere questa nostra rilettura del brano e ci sembrava bello farlo il 30 marzo, in occasione del 4° anniversario della scomparsa di Gianmaria.

Non potevamo uscire di casa per girare video-clip in esterno con attori. Allora ne abbiamo parlato con Pippo, grande amico e straordinario professionista (fondatore di Mou Factory) che da anni confeziona videoclip di grande spessore per i nostri singoli in uscita, e lui ci ha regalato un’ennesima magia, disegnando e montando per noi le immagini di fondo per un lyrics video virato seppia, intriso dell’intensa emozione che le parole di quel testo evocano.

 

Di solito, l’intervista si chiude con il chiedere all’artista quali saranno i progetti futuri ma visti i tempi e l’assurda incertezza in cui immagino vivete vi chiedo se il vostro album può essere una fotografia in cui sono stati immortalati i vari aspetti della società in cui viviamo.

Non abbiamo alcuna pretesa di esaustività. Però certamente ci piace stare in pieno e costante contatto con la realtà che ci circonda e immaginare l’artista e l’intellettuale (alla Pasolini) come un’antenna che raccoglie segnali dalla società e li sa decodificare e mettere a disposizione del mondo prima e meglio di altri, con linguaggi espressivi più immediati ed efficaci.

Le nostre canzoni nascono con quel tipo di spinta alle spalle e quel genere di desideri e sogni davanti agli occhi.

 

MIE Vol.20 – La playlist di Agosto firmata Musica Italiana Emergente

  

 

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