Gran Zebrù: esordio urbano, lisergico di piccoli lord.

la redazione di MIE

Esperimento e contaminazione, ma anche leggerezza e sospensione di grandi stili internazionali.

Esordio per i milanesi Gran Zebrù, che escono fuori con un primo Ep titolato (di conseguenza) “Ep1” per I Dischi del Minollo: sfaccettature urbane di costruzioni abbandonate, cammini solitari dentro pennellate post-rock anni ’90.

Malinconia a permeare ogni cosa, suoni ben misurati senza eccessive ricerche di una inutile trasgressione. “Ep1” si attesta dentro quella scena morbida di psichedelia che colpisce nel segno con la scelta di liriche in italiano. Un primo passaggio davvero interessante…

No hay bamba, il videoclip ufficiale.

 

 

L’intervista ai Gran Zebrù.

Esordio digitale per i Gran Zebrù. Vorrei partire chiedendo sempre alle nuove voci: per voi il disco che importanza continua ad avere? Oggi si parla sempre più di singoli, di release digitali… il disco?

Il disco, secondo noi, ha ancora la sua importanza materica, per non parlare di quella artistica legata agli artwork e alla ritualità che soltanto un oggetto può evocare. Il digitale, però, oltre ad essere una realtà contro la quale non ha molto senso lottare, ha i suoi vantaggi.

A noi ha permesso di pubblicare il nostro primo EP e di condividerlo in maniera capillare.
Spesso ci si perde in queste diatribe tra il supporto fisico e quello digitale, dimenticandosi che la cosa più importante, in un disco, è la qualità della musica che contiene.

La scena indie ha tante risorse scarsamente illuminate, sempre a favore di mode s’intenda. Oggi per voi, questo esordio, significa un voler giocare la partita delle mode e delle vetrine oppure un punto da mettere nel vostro personale percorso artistico?

Crediamo che la smania di seguire lo stile di un gruppo di successo sia stata la rovina di molti progetti potenzialmente più interessanti degli artisti che cercavano di imitare. I brani del nostro EP sono nati in sala prove, sviluppando le improvvisazioni che più ci convincevano, senza una direzione prestabilita.

Del resto i nostri riferimenti sono terribilmente fuori moda, anche se, negli ultimi tempi, stiano tornando le chitarre e quella attitudine spontanea che noi preferiamo (vedi il successo dell’ottimo secondo album dei Fontaines D.C.).

Un tornare alle origini. Ecco cosa mi comunica questo “EP1”. Per voi significa anche tornare in un certo modo di stare al mondo?

Ci fa piacere che ti sia arrivata questa sensazione. Il progetto è nato proprio con il l’intento di tornare a fare quello che più ci piace: accendere gli amplificatori e suonare quello che ci passa per la testa. In questi mesi di lockdown ci siamo concentrati sulla promozione dell’EP ma abbiamo patito parecchio il fatto di non poterci trovare a suonare insieme.

Suoni acidi che mi riportano ad un’Inghilterra degli anni ’70 e poco oltre. Quel periodo è anche denso di contestazioni e, velate di nostalgia, ce ne sono tante tra le liriche di questo disco. Che sia anche un disco sociale sotto mentite spoglie personali?

Per i nostri testi usiamo la stessa attitudine che abbiamo sviluppato nella composizione musicale: se qualcosa ci emoziona, allora finisce nella canzone. Le liriche sono volutamente ambigue e di libera interpretazione. Se qualcuno coglie dei riferimenti sociali, ben venga, perché fanno parte del nostro vissuto e delle nostre conversazioni. Secondo noi l’ascoltatore deve avere un ruolo attivo, fare proprio il testo, e non assimilare messaggi preconfezionati.

Questo titolo tradisce un seguito. In genere si numerano le cose quando già sappiamo dove arrivare. Dunque uscirà un “EP2”?

Certamente. I nuovi brani sono già in rotazione nella nostra scaletta. Troviamo stimolante la formula dell’EP, ci consente di spaziare fra i nostri riferimenti con maggiore libertà. È come dedicarsi a una buona raccolta di racconti invece di imbarcarsi in un romanzo interminabile. Nei prossimi mesi contiamo di tornare in studio per incidere questi pezzi che stiamo sviluppando durante le prove.

Vi saluto lasciandovi commentare una mia impressione. Questo suono starebbe bene dentro i solchi di un vinile… lo dico per un senso filologico che tecnico o di mode…

Ti ringraziamo: i solchi del vinile hanno accompagnato i nostri migliori ascolti e, in qualche modo, nonostante la digitalizzazione, il nostro suono evoca quelle sensazioni. Non potevi farci un complimento migliore.

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