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Dulcamara, intervista di Giovanni Bagnari

di Giovanni Bagnari

 

Parlare con Mattia Zani (Dulcamara) è un vero piacere. La sua è una voce graffiata, lenta, bassa e molto attenta. Il 23 novembre salirà sul palco del Caffè Centrale per la terza data della rassegna musicale Live&More e intervistarlo è stato anche un modo per entrare nel suo mondo.

Ci incontriamo nella sua casa/studio, situata nelle profonde campagne faentine, tra Sant’Andrea e Pieve Cesato, a pochi km da Faenza. Esce musica di Bob Dylan dal suo mac. Luce bassa, autunnale e pungente delle 11 di mattina. Silenzio perfetto intorno.

Cominciamo parlando di cani, passione che avvolge entrambi, e non posso fare a meno di raccontargli del mio recente lutto canino.

Il mio cane della vita, un setter di nome Lola, invece è morto due anni fa” mi racconta “Una cosa terribile, ho barcollato per quasi un anno, ero perso. Fu l’unico motivo che mi fece tornare dagli Stati Uniti” e lo dice con un po’ di vergogna “Mi mancava da morire, sono tornato in Italia e da lì a un anno se ne è andato”.

Ora Mattia ha quattro setter, tutti della stessa stirpe di Lola. Due ci fanno visita diverse volte nella mattinata.

Conto due personalità ben delineate nell’abbigliamento di Mattia. Jeans larghi tendenti al rap, camicia new folk e scarpe old school. Un’ambivalenza insita anche nel nome Dulcamara: quella pianta velenosa prima amara e poi dolce. Ed è così anche quando si ascolta la sua musica: piacevole, ritmata ma spesso con uno sfondo di aspra verità e malinconia.

Tre album registrati fino ad ora. L’ultimo, Uomo con cane, uscito nel 2012, è il più folk e cantautorale della tua carriera. Le tue radici però appartengono al mondo del rap. Raccontami.

Da ragazzino facevo battaglie di freestyle ed ero un writer. Il mio tag, che ancora utilizzo, è Hem Be. Il rap ha significato tanto per me. Ho addirittura inciso un paio di dischi di quel genere, sconosciuti. E tali rimarranno.

Ride. Si sente chiaramente nei tuoi dischi questa tua inclinazione.

Sì è vero. Del rap mi rimangono molti modi di lavorare: sugli arrangiamenti e anche durante la scrittura dei testi. Tendo a fare una base che funziona e poi ci costruisco sopra la melodia. Tuttora faccio freestyle. È un allenamento incredibile. Devi andare avanti nel tempo, mai fermarti.

Ripensando a quegli anni poi, mi accorgo che era un’epoca analogica. Il digitale non ci aveva ancora invaso e la musica non si vedeva, si percepiva. Adesso è tutto il contrario.

E lo dice con nostalgia. Il tuo ultimo disco inoltre risulta più studiato e meno sporco rispetto ai precedenti. Mi sbaglio?

No. L’ultimo disco è stato difficile, tribolato. Ero arrivato a un momento di sintesi della mia vita musicale e non solo. Sentivo di dover dimostrare qualcosa, soprattutto a me stesso. A tratti lo trovo un po’ manieristico.

Mattia non ha paura di essere sincero, soprattutto con sè stesso, e questo lo rende una persona confortevole. Com’eri prima di incidere il tuo primo album Lasciami ad Est?

Molto ignorante musicalmente. Ascoltavo parecchia musica è vero, ma non conoscevo le note, non suonavo alcun strumento. Andavo a sentimento. Poi ho cominciato a studiarla. L’incontro con diversi musicisti a cui sono ancora legato è stato la svolta.

All’interno di Uomo con cane ci sono dei veri e propri gioielli: Epoca, Il pazzo giù all’angolo e la mia preferita Giugno ’99.

Quali sono le band che ti hanno influenzato maggiormente?

L’ultimo disco è pieno di influenze di gruppi folk, di cui mi sono appassionato negli ultimi anni. Adoro i Bright Eyes. E poi Sixto Rodriguez, un genio.

In Italia invece l’inarrivabile Lucio Battisti: un punto di riferimento da sempre. Amarsi un po’ è il pezzo che più mi fa impazzire.

In Scintille di una notte d’America (dal secondo album Il Buio) canti: “Succede sempre di notte quando arrivano le idee. Ed è sempre di notte che svaniscono le idee”. È così?

Certo, il buio mi aiuta. Ma le parole, le sensazioni e le ispirazioni vere mi vengono anche quando viaggio, quando mi muovo. Non intendo solo durante un viaggio lontano, basta spostarsi da Faenza a Bagnacavallo.

Di cosa hai paura?

L’immobilismo mi fa paura. Invecchiare nello stesso posto, terribile!

Per questo nella mia vita ho viaggiato tanto. La permanenza negli Stati Uniti mi ha fatto crescere enormemente.

Sarebbe bello un giorno se scrivessi un album interamente in lingua inglese. Che ne dici?

Idea interessante ma difficile da realizzare. Pensare in inglese è l’unico modo. È lì la difficoltà, tradurre non porta mai al risultato sperato. I testi di Bob Dylan per esempio non si possono tradurre. Se dico “i’m cool” non posso tradurre “sono un figo”. I’m cool è I’m cool. È un suono intraducibile.

Album preferito?

Difficile rispondere, ma se proprio devo:Lucio Battisti, la batteria, il contrabbasso, eccetera. Magnifico! Album straniero invece I’m Wide Awake, It’s Morningdei Bright Eyes.

Con questi artisti ti accomuna una cosa: l’essere indefinito.

La musica funziona e affascina maggiormente quando ci sono degli errori. Vedi Anima Latina di Battisti, dove la melodia regge anche se sembra debba cadere tutto da un momento all’altro. Lo stesso vale per Dylan: la sua è una voce sgraziata, imprecisa e sonora.

Il mercato musicale si trova in grave difficoltà da diversi anni ormai. Tu come ti collochi all’interno di questo momento così critico?

Mi ritengo uno che fatica a vendersi, non so fare. E in quest’epoca così intossicata dai talent e dall’apparire mi sento fuori.

Progetti futuri?

Ultimamente lavoro spesso in studio. Ho già inciso diversi nuovi brani e ne uscirà sicuramente un disco. Quando? Impossibile dirlo.

Sto lavorando in modo più essenziale: testi più corti e musica più asciutta. Sono molto soddisfatto.

Non resta che ascoltarlo dal vivo sabato 23 novembre al Caffè Centrale.

Da non perdere.

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